I mercati non danno tregua e continuano a far tremare operatori e risparmiatori. Le misure adottate dai leader europei stentano ad essere credibili, perché le risorse che potrebbero frenare la speculazione con gli Eurobond, invisi a Berlino, mancano all’Efsf, definito già in partenza un’arma spuntata. L’unica cosa che sembra poter frenare la tempesta finanziaria abbattutasi sull’Europa è la credibilità. La speculazione contro l’Italia, ad esempio, è nata dall’impressione che il governo non fosse in grado di affrontare la situazione. Come scrive Giuliano Amato dalle pagine de L’Espresso, “i mercati hanno perso la bussola di fronte a equilibri politici sempre più traballanti”. I mercati si calmeranno solo a fronte di una politica interna chiara sulla riduzione del debito.
La crisi del debito che ha colpito l’Eurozona ha mostrato che la disciplina di bilancio da sola non è sufficiente per la stabilità dell’area . Al di là degli strumenti per la prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici che i leader europei hanno messo in piedi nei mesi scorsi, ciò che improcrastinabile oggi è un vero governo economico europeo. Il segnale che i mercati hanno dato alle cancellerie dell’Unione è chiaro: non è più il tempo dei tentennamenti , del rinvio di decisioni comuni per calcoli elettorali interni e interessi nazionali. Ogni giorno perso per intervenire rende l’aggiustamento sempre più costoso. Ma l’ultimo vertice franco-tedesco ha deluso le aspettative circa le capacità dell’Ue di offrire una risposta efficace alla crisi economica internazionale e alla difesa delle conquiste democratiche e sociali europee. In assenza di un governo economico europeo il rischio è di avere un’area euro indebolita, caratterizzata da bassa crescita, esposta a crisi ricorrenti e incapace di giocare un ruolo di primo piano nella definizione dei nuovi equilibri a livello mondiale.
Eppure nei mesi scorsi i leader dell’Eurozona hanno posto le basi per la nuova governance economica europea . Le novità più importanti riguardano l’introduzione del semestre europeo ; il Patto per l’Euro; la riforma del Patto di stabilità e crescita ; la sorveglianza degli squilibri macroeconomici e il fondo di stabilità finanziaria. Tuttavia, il 21 luglio si è resa necessaria una nuova riunione al vertice dei capi di Stato e di governo per scongiurare il default greco. Il 16 agosto, un ulteriore “vertice di mezz’estate” tra il Presidente francese e la Cancelliera Merkel, ha dato il via alle prove tecniche di un governo economico europeo “rafforzato” , a guida franco-tedesca, che possa placare i mercati, che non hanno allentato le tensioni sull’area euro all’indomani dei roboanti annunci che arrivavano dall’Eliseo.
Conviene fare il punto della situazione per capire il rompicapo che assilla le cancellerie di mezza Europa e non solo. Lo scorso 21 luglio, i leader europei, per salvare la stabilità dell’euro ed evitare il contagio del virus greco alle altre economie del cosiddetto “Club Med” , hanno deciso di concedere un nuovo prestito alla Grecia per 109 miliardi di euro, per una durata tra 15 e 30 anni e a tassi d’interesse intorno al 3,5 per cento, nonché di estender significativamente le scadenze del prestito esistente; utilizzare per i finanziamenti e la gestione della crisi l’European Financial Stability Facility (Efsf), che potrà intervenire sul mercato secondario dei titoli sovrani dei Paesi membri dell’euro per operazioni di acquisto e scambio di titoli (debt swap) a prezzi di mercato, nonché finanziare operazioni di riacquisto (buy back, nel limite di 12,6 miliardi di euro) del proprio debito pubblico da parte dei paesi in difficoltà.
Allo stesso tempo, il settore privato è stato chiamato a contribuire al rifinanziamento della Grecia per 37 miliardi, in forme ancora da definire che, secondo indicazioni non ancora ufficiali, comprenderanno reinvestimenti alla scadenza dei debiti (debt rollover) con lunghe scadenze e altre forme di scambio di titoli con haircut (riduzione del capitale) ammettendo che si verifichi un selective default, cioè una ristrutturazione del debito greco, che si cercherà di limitare al massimo temporalmente. La Efsf potrà estendere i suoi finanziamenti alle esigenze di ricapitalizzazione delle banche (anche di altri paesi dell’eurozona) investite da perdite. Le stesse condizioni di finanziamento e sostegno verranno estese all’Irlanda e al Portogallo, ma senza opzione di ristrutturazione del debito. Viene inoltre annunciato un forte programma di sostegno alla crescita in Grecia attraverso la mobilizzazione di fondi e una speciale task force di assistenza tecnica per le riforme strutturali. La crescita viene così riconosciuta come parte integrante di ogni programma di ritorno alla solvibilità.
Nonostante le misure adottate, le scorse settimane hanno visto la speculazione scatenarsi sui mercati finanziari, in particolare contro le economie giudicate più a rischio, quella italiana e spagnola. Un attacco legato, certamente, anche alle debolezze specifiche dei singoli paesi più che “alla manipolazione del mercato per mano di operatori privati non etici”. E’ chiaro, o meglio ci si aspetterebbe che così fosse, che il vero problema dell’Eurozona, e in particolare della sua periferia, e che ha reso urgente la convocazione di un ulteriore incontro franco tedesco ieri, è dovuto all’incertezza politica. Una crisi , dunque, oltre che fiscale e finanziaria, istituzionale, la quale rende la soluzione ancora meno facile. Ciò che tiene in scacco l’Europa da settimane è una sostanziale crisi di fiducia nella governance politica e economica a cui l’asse Parigi - Berlino, passando da Francoforte, sta cercando di ovviare. A distanza di poco più di una settimana dall’ultimo vertice dei ministri delle finanze europee svoltosi a Bruxelles e a poche settimane dal vertice dei capi di Stato e di governo del 21 luglio, il vertice franco-tedesco ha cercato di dare un segnale forte ai mercati e rassicurarli. Ma l’iniezione di fiducia di cui l’euro a bisogno stenta ad arrivare.
La lezione greca, infatti, sembra non essere stata recepita, soprattutto da Berlino che, in nome del virtuoso cittadino tedesco che non vuole pagare per il cittadino greco che va in vacanza di più e in pensione prima , ha sprecato tempo prezioso per evitare perdite economiche e manovre che chiedessero meno lacrime e sangue. Il problema chiave, ora, è assicurare una disciplina fiscale e promuovere una strategia comune europea che stimoli la crescita, Europa 2020, evitando che le misure inevitabili per riportare i conti in ordine inneschino una pericolosa recessione . I problemi dell’euro, di fatti, non nascono, nella gran maggioranza dei casi, da indisciplina fiscale come è avvenuto per la Grecia, ma da divergenze macroeconomiche, irresponsabilità finanziaria, bolle speculative ed enormi divari di competitività. Servono , come è stato sostenuto da più parti, meccanismi di coordinamento delle politiche fiscali e economiche. Gli squilibri tra i paesi membri non possono essere semplicemente ignorati, come si è fatto fin qui, in particolare in assenza di una comune politica fiscale europea in grado di effettuare trasferimenti verso i paesi indebitati e più in difficoltà. Austerità e rigore dei bilanci, in effetti, non sono sufficienti, per quanto necessari. Servono misure e interventi, come si è detto, in grado di rendere compatibili integrazione internazionale e europea delle nostre economie.
Il caso Italia: prove tecniche di un governo economico europeo
Le pressioni borsistiche su due grandi economie dell’area euro come Spagna e Italia, quest’ultima con il terzo debito pubblico al mondo, hanno fatto tremare le cancellerie europee spingendo la politica europea ad abbandonare gli annunci e ridare fiducia ai mercati, convincere che l’accordo del 21 luglio diventerà rapidamente operativo, e garantire che i Governi sono convinti e uniti nel varare riforme che riportino sotto controllo i conti pubblici e riforme strutturali per assicurare una crescita di lungo periodo e assicurare la solvibilità del debito. Si assiste così, in un’insolita estate, al “diktat” della BCE all’Italia a fronte dei tentennamenti del governo Berlusconi in versione già balneare, di accelerare le riforme liberali e strutturali mai attuate come precondizione per l’intervento stesso dell’Eurotower.
Lo stesso Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, Olli Rehn, prima dell’invio della missiva della BCE a firma Trichet e Draghi aveva invitato il governo italiano a lavorare con le parti sociali per adottare misure coraggiose e implementarle senza ritardi, indicando come prioritarie le liberalizzazioni delle professioni e ulteriori riforme del mercato del lavoro.
La richiesta della BCE al governo di Roma, in cambio dell’acquisto di titoli di stato italiani, è arrivare a un rapporto deficit/Pil già attorno a quota 1% a fine 2012. Sarebbe questo l`obiettivo richiesto all`Italia nella manovra di avvicinamento al close to balance . In materia di lavoro, per Trichet e Draghi, sarebbero necessarie nuove misure di flessibilità, a partire dai licenziamenti per i lavoratori con contratti standard e ulteriori interventi orientati a incrementare la produttività del lavoro nel settore pubblico. Riguardo alle liberalizzazioni l`invito è a una loro estensione a tutta l`economia italiana, mentre le privatizzazioni, da effettuare il più celermente possibile, dovrebbero essere estese alle società pubbliche locali.
I mercati hanno a lungo atteso gli effetti dell’anticipo della manovra italiana sul pareggio di bilancio, diventato necessario dopo le turbolenze dei mercati nei giorni scorsi. Da più parti si erano identificati i principi che dovevano ispirare la nuova manovra. In primo luogo tagliare i costi della politica, riformare le pensioni, legandole all’aspettativa di vita, uniformando il trattamento delle donne che lavorano nel settore privato a quello delle donne che lavorano nel settore pubblico. Privatizzare,vendendo sul mercato il patrimonio immobiliare dello Stato e quote di aziende. Liberalizzare gli ordini professionali, che secondo stime OCSE, Confindustria e Autorità Antitrust potrebbero garantire recuperi di produttività del sistema di circa un punto percentuale all’anno e portare da solo al raddoppio dell’attuale tasso di crescita. Combattere seriamente l’evasione fiscale, mediante una maggiore tracciabilità dei pagamenti. Insomma, tagli strutturali alla spesa pubblica e maggiore concorrenza: questo è quello che si aspettavano i mercati e anche parte dei cittadini italiani. E, accanto alle riduzioni di spesa, nessun nuovo aumento delle tasse, dato che la pressione fiscale è ormai giunta a livelli inaccettabili per gli “sfortunati” che non posso evadere il Fisco.
Ma un intervento serio sulle pensioni è stato bloccato dalla Lega, le privatizzazioni non sono state prese nemmeno in considerazione dal governo che ha invece accordato tagli sui costi della politica e l’inserimento della “golden rule” nella Costituzione. Così il taglio di Province e Comuni, rinviato ai prossimi anni dopo il censimento. Inoltre, è stata annunciata con grandi echi la “golden rule” tanto cara a Frau Merkel, ovvero inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, modifica dell’articolo 41 e soppressione di feste non religiose. E, infine, il contributo di solidarietà, cioè nuove tasse, per 3 anni, su chi dichiara più di 90 mila euro l’anno, cioè i pochi sfortunati, l’1,2% dei 41 milioni di contribuenti, coloro che non possono evadere. Sono stati risparmiati, invece, quasi tutti i lavoratori autonomi.
Nel dettaglio, quanto alle misure più discusse della manovra che fa “grondare di sangue” il cuore del Presidente del Consiglio, non sono previsti tagli (diretti) a sanità, scuola, ricerca, cultura e 5 per mille, ma vengono anticipate alcune norme contenute nella manovra di luglio, come il graduale innalzamento dell’età pensionabile delle donne. Arriva invece una bella sforbiciata ai costi della politica (e delle amministrazioni, specie per Regioni, province e comuni), il reato di «caporalato» per chi utilizza manodopera in modo irregolare e la chiusura di enti pubblici non economici con meno di settanta dipendenti. Si estende anche al 2012, 2013 e 2014 la possibilità per le pubbliche amministrazioni di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro di propri dipendenti al compimento dei 40 anni di anzianità contributiva.
Viene poi uniformata al 20% la misura della tassazione sulle rendite finanziarie e, in pratica, riscritta la disciplina dei servizi pubblici locali in base alle indicazioni del recente referendum popolare e delle norme europee. I contratti di «prossimità» avranno più poteri e i tirocini saranno più tutelati. Mentre la «Robin Hood tax» per le società del settore energetico si fa più pesante e sarà estesa anche all’eolico. La misura dovrà portare nelle casse dell’Erario 1,8 miliardi nel 2012.
Una manovra che, oltre a non piacere all’opposizione, a quanto pare non sembra convincere molto i mercati, come conferma l’andamento negativo della Borsa, nonostante il cordone sanitario posto intorno all’Italia dal fronte composto da Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e J.C. Trichet . A tutti i livelli si invocavano sacrifici inevitabili, ma almeno utili. La manovra di ferragosto, come è stata ormai rinominata, sembra tutt’altro che utile, troppo sbilanciata sul lato delle entrate e senza una riduzione strutturale della spesa pubblica e soprattutto iniqua. Un anticipo del pareggio di bilancio troppo sbilanciato dal lato delle entrate, mentre l’agire sulla spesa, avrebbe dimostrato ai mercati che il governo in carica avrebbe potuto interventi incisivi per riportare i conti sotto controllo.
In realtà, i punti chiave della manovra italiana sono alquanto discutibili. La riforma delle liberalizzazioni più che a colpi di riforme costituzionali dovrebbe essere attuata contrastando l’evasione fiscale e aiutare le imprese italiane a crescere. Difficilmente la concorrenza si aumenta a colpi di Costituzione. Quanto all’introduzione del vincolo di bilancio nella Carta costituzionale, fortemente voluto da Berlino, obbliga a dei risultati ma non dice come ottenerli. Il rischio è quello di incorrere nella stessa impasse che a tenuto sotto scacco il Presidente Barack Obama nel lungo negoziato per aumentare il tetto del debito pubblico americano. In presenza di una possibile futura recessione, ad esempio, dovuta a cause esterne, il Governo non potrebbe intervenire con misure anti-cicliche perché incostituzionale. Il rigore tedesco ha avuto così di nuovo la meglio sulla flessibilità, invocata da più parti.
Ancora una volta i mercati finanziari non sono scettici verso le capacità dell’Italia di ritornare su un sentiero di sostenibilità della finanza pubblica, piuttosto, sono preoccupati dalla confusione che regna intorno alla manovra economica. Quello che i mercati chiedono è che vi sia un quadro politico stabile, in grado di sostenere una strategia di crescita di lungo periodo e che mantenga sotto controllo i saldi di finanza pubblica, senza la pretesa di correzioni drastiche e immediate. Quello che spaventa i mercati, però, non è solo la pochezza dei politici nostrani. È anche la debolezza della governance europea.
Deludente il vertice Merkel-Sarkozy
Ancora una volta, nel mezzo della tempesta debitoria europea, l’asse Parigi-Berlino si dimostra solido nel giorno in cui è tornato l’allarmismo sui mercati internazionali in seguito alla diffusione dei dati sulla bassa crescita della locomotiva tedesca. Il messaggio politico che i due leader europei hanno volito lanciare c’è tutto, meno le misure concrete e i contenuti. Il vertice ha sottolineato l’importanza dell’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione di tutti i Paesi della zona euro entro il 2012, già presente nella Grundgesetz tedesca e presto anche nella Costituzione italiana. Sul tappeto, atre proposte ambiziose come un’imposta comune sulle società e un’unica base imponibile e la creazione di un supergoverno economico dell’Eurozona, Eurocouncil, formato da 17 capi di Stato e di governo dell’area euro e destinato a riunirsi due volte all’anno, la cui presidenza si pensa di affidare per i primi due anni e mezzo al poco carismatico Van Rompuy. E’ questo il cuore della proposta fatta dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dal cancelliere tedesco Angela Merkel per rafforzare la competitività economica europea.
Le voci della vigilia avevano fatto ben sperare sull’apertura di Berlino alla proposta degli Eurobond, a cui invece la cancelliera Merkel ha ribadito il suo nein, aggiungendo che questi non possono essere considerati la panacea universale per uscire dalla crisi. Gli Eurobond si possono immaginare un giorno, continua Frau Merkel, ma solo alla fine del processo dell’unione totale dell’Europa. In questo momento l’asse Merkel –Sarko considera pericoloso per la credibilità dei propri Paesi creare un meccanismo, che in realtà come detto più volte sembra essere l’unica strada per riassicurare i mercati e fornire liquidità al sistema, per cui Francia e Germania garantiscano per il debito di tutti, senza poter averne il controllo. Ulteriore delusione dal mancato aumento del Efsf, il cosiddetto fondo salva-stati, portato nel vertice di luglio a 440 miliardi, cifra che molti ritengono insufficiente per affrontare la crisi europea del debito sovrano.
Deludente per i mercati anche l’introduzione della Tobin tax, la tassazione sulle transazioni finanziarie. Ma l’economista Tobin intendeva gettare “ un po’ di sabbia negli ingranaggi della finanza mondiale e frenarne gli attacchi speculativi”, ma a livello globale appunto. Se limitata solo all’Europa si rischia così di mettere in fuga i capitali internazionali con la conseguente pericola perdita di competitività .
Ci sono poi due iniziative strettamente franco-tedesche, ma che dovrebbero servire ad aprire una strada e a dimostrare ai mercati quanto sia serio l’impegno comune. All’inizio dell’anno prossimo i rispettivi ministri competenti dovranno formulare una serie di proposte concrete perché dal 2013 si proceda a una armonizzazione fiscale delle norme da una parte e dall’altra del Reno, a partire dalla tassazione sulle società. Sempre dal 2013, cinquantesimo anniversario del Trattato dell’Eliseo firmato da Konrad Adenauer e Charles de Gaulle, i due Paesi prepareranno insieme i loro budget, in modo da renderli sempre più omogenei.
Che possa vedersi in quanto accaduto nei giorni scorsi prime prove di un governo sovranazionale europeo, tanto atteso? come lo ha definito lo stesso Mario Monti. Che abbia commissariato o meno l’Italia, poco importa, questa , d’altronde, è uno Stato europeo. Dalla crisi del debito che ha scosso le fondamenta dell’Ue e la sua moneta, il progetto europeo non può che riprendere nuova linfa e procedere con slancio verso un’Europa federale , attuando storiche riforme strutturali, troppo spesso di labile memoria. O semplicemente perire.


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